IL GERME DELLA CRIMINALITA’

freedom

A cura di Rodolfo Bellato

Una persona può avere in sé il germe della criminalità, ossia una predisposizione al rischio di disadattamento, ma questo non implica necessariamente che questa persona non possa, nel corso della sua formazione ed evoluzione,  sviluppare la capacità di contenere le sue tendenze senza pericolose ripercussioni, semplicemente incanalando creativamente la sua potenziale “follia” dissolvendo ogni rischio di antisocialità. (Milner, 1987)
Tuttavia, non si può escludere, nemmeno, che possa verificarsi un contagio negativo tra un temperamento a rischio di devianza ed un ambiente che accresce il rischio della degenerazione in condotte devianti.
Nel momento in cui la persona disturbata giunge a concretizzare l’azione lesiva contro altri individui, si entra nel settore della criminologia con possibili conseguenze in ambito penalistico.
Sul piano psicologico, l’individuo che ha arrecato lesione al suo simile, rivela il suo status di soggetto disturbato e scompensato.
Nel Trattato di criminologia, medicina criminologia e psichiatria forense, Ferracuti sottolinea l’importanza della prevenzione in rapporto a teorie criminogenetiche e al ruolo delle istituzioni.
La realizzazione dei profili criminologici rappresenta una delle più interessanti applicazioni delle teorie e delle conoscenze criminologiche nell’attività della polizia.
In pratica, si tratta, di analizzare ed individuare il modus operandi di un dato criminale incognito, di cui non si conosce l’identità, ma si conoscono soltanto i suoi atti criminali, al fine di delineare un identikit psicologico, che aiuti a restringere la rosa dei sospettati, per giungere, ove possibile, all’identificazione del colpevole.
Questa tecnica, basata sull’intuizione e l’esperienza, si serve oggi dei moderni sistemi di analisi statistica e probabilistica.
Chiaramente, nell’area dei profili criminologici più comunemente detta del “criminal profiling” si colloca anche la grafologia, nel caso si disponga anche della scrittura dei sospettati e in particolar modo qualoral’autore dell’azione criminosa lasci uno scritto anonimo, (come è avvenuto ad esempio nel caso di Luigi Chiatti che ha ucciso 2 bambini a Foligno, la cui grafia è stata sottoposta all’analisi grafologica della Prof.ssa Isabella Zucchi, autrice del libro di riferimento “Il rapporto devianza grafismo”.
Non esiste una relazione precisa tra criminalità e disturbi mentali, pur essendo stato constatato che globalmente i criminali presentano una maggiore incidenza di disturbi psichiatrici dei non criminali.
Alcuni studiosi come Hinsie e Campbell (anno 1979) hanno messo in rilievo che tra i carcerati esiste una percentuale molto alta di soggetti affetti da un certo ritardo mentale.
La stessa Isabella Zucchi, nel corso di un lungo periodo di studio e indagine presso la Casa Circondariale di Pesaro, attraverso l’osservazione diretta della grafia dei detenuti ha rilevato con una certa frequenza i seguenti aspetti:

  1. alterazioni della concezione di sé provocate da una gonfiatura degli ideali dell’Io in modo spavaldo, trasgressivo e talvolta persino aggressivo a causa della carica di risentimento accumulato;
  2. difficoltà nella gestione della propria emotività e istintività;
  3. impulsività disordinata
  4. insicurezze
  5. ansie (non riconosciute dal soggetto)
  6. tendenze mitomani
  7. immaturità nello sviluppo affettivo
  8. pensiero carente di oggettività nel valutare le cose
  9. forte influenzabilità
  10. suggestionabilità
  11. conflitti irrisolti con il padre
  12. dipendenza affettiva verso la madre

De Leo ci ricorda che la responsabilità è una funzione sociologica prima ancora che psicologica.
Il soggetto deviante va reso innocuo, nel senso che gli si deve impedire di arrecare danno alla società, ma simultaneamente va recuperato tramite l’affidamento a strutture professionalmente competenti, evitando di rinchiuderlo all’interno di lager o ghetti.
Nel corso di questa attività di recupero, non si può nemmeno prescindere dallo studio, dall’analisi e dalla ricostruzione del loro vissuto, dal momento che attorno ai loro disturbi e le loro carenze, vi sono molto spesso tragiche storie familiari.
Non sempre, quindi, il carcere è il luogo più adatto per riorganizzare questi soggetti.
Al contrario, capita spesso, che nel carcere i detenuti si contaminano con altri problemi, entrano a contattato con nuovi modelli sbagliati, apprendono nuove tecniche di delinquenza e via di seguito.
Forse, la recidiva è dovuta ad una permanenza in carcere, un troppo punitiva e troppo poco costruttiva.
Per questi motivi, sarebbe più opportuno, l’inserimento di ciascun detenuto in una specifica comunità di accoglienza idonea a trattare specifiche problematiche.
Il sistema penitenziario, dovrebbe attivarsi maggiormente e meglio, per cercare di restituire alla società individui sani e non soggetti ancora più malati di quando sono entrati.

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