carcere

IL CARCERE

 

 

 

A CURA DI RODOLFO BELLATO

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I. LA VIOLENZA DEL CARCERE

E’ il contenitore dove “i buoni” isolano “i cattivi”.
Sebbene il carcere sia lo strumento più immediato per impedire ai devianti di arrecare danno alla società per un certo periodo di tempo, non pochi sono gli effetti negativi che tale struttura può ingenerare, quali:

  1. individualità
  2. promiscuità
  3. coabitazione forzata
  4. apprendimento di tecniche criminali
  5. livellamento di abitudini
  6. commistione generalizzata
  7. soprusi psicologici

La violenza del carcere non incide solo sul fisico ma anche sulla morale e se il detenuto non è supportato da una forte personalità è portato ad abbandonarsi, ad identificarsi nel gruppo in quanto come dice Isabella Zucchi in “Il rapporto devianza-grafismo” la legge non scritta del carcere diventa il pane quotidiano.
Il carcere non può essere considerato la discarica della società e devono essere considerati i danni irreversibili, al livello psicofisico, della maggioranza dei suoi ospiti.
La struttura carceraria deve invece essere oggetto di riflessione e di investimento se si vuole realmente evitare che un carcere violento continui a restituire cittadini violenti in una perversa logica di produzione di violenze (Zucchi, 2004).

II. LA RIQUALIFICAZIONE DEL CARCERE

Nel nostro Paese è scritto nell’art. 27 della Costituzione “il fine rieducativi della pena”.
Tale principio richiede applicazione attraverso la riqualificazione e la generazione di un carcere a misura d’uomo che diventi un laboratorio in cui recuperare il deviante, attraverso l’accompagnamento in un processo di revisione critica del suo vissuto per un recupero a vantaggio di se stesso, della famiglia e di tutta la comunità.
La devianza, infatti, non è altro che la manifestazione estrema di un processo di deterioramento progressivo della personalità, dovuto a fattori individuali, familiari e socioculturali secondo le parole di Aldo Maturo, direttore della Casa Circondariale di Pesaro.

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